Quando forse nel 300 a.C. fu aperta a Roma la prima bottega di 

 

barbiere, i romani cominciarono a frequentarla per tenere a posto i capelli con un taglio semplice e corto.

I rimproveri che infatti Senecarivolgeva a «questi giovani bellimbusti con barba e capelli luccicanti d'olio, che sembravano sempre appena usciti da un salotto alla moda...» che chiedevano consigli al tonsor «su ogni singolo capello» riguardavano una minoranza dei romani; la gran parte non aveva da sprecare né tempo né denaro per queste mode che venivano giudicate anche poco virili come insegnava Ovidionella sua ars amatoria 

« Racimoli di qui e di là i pochi capelli che ti trovi e l'ampio spazio, Marino, della tua pelata veli con quello che ti cresce sulle tempie: ma ecco che tornano ai loro posti mossi dal vento e cingono di qui e di là con grandi cirri il capo nudo...confessa la tua età...Nulla c'è di peggio di un calvo capellone. »
(Marziale, X, 83)

La cura della persona era affidata al tonsor, il barbiere, privato e costoso per i più ricchi, o pubblico che nella sua bottega o all'aperto in strada, tagliava capelli e sistemava barbe.

Nel II secolo d.C.[5] l'esigenza per i più raffinati di recarsi più volte al giorno dal barbiere, che era anche parrucchiere, fa sì che le loro botteghe diventino luogo d'incontro per oziosi, secondo alcuni:

(LA)
« Hos tu otiosos vocas inter pectinem speculumque[6] »
(IT)
« Chiamali oziosi questi tra il pettine e lo specchio »

secondo altri, invece, la moltitudine che s'incontra nella tonsorina, dall'alba sino all'ora ottava, ne fa un luogo d'incontro, di pettegolezzi, di scambio di notizie, un vero variegato salotto di varia umanità, tanto che diversi pittori, dal secolo di Augusto in poi, ne fanno oggetto dei loro quadri come già avevano fatto gli Alessandrini.

Per questo loro indefessa attività rimuneratrice sempre più richiesta, diversi tonsores si arricchirono e divennero rispettabili cavalieri o proprietari terrieri come Marziale nei suoi Epigrammi o Giovenale nelle sue Satire spesso riferiscono, ironizzando sugli ex-barbieri arricchiti.

La bottega del tonsor è così organizzata: tutt'intorno alle pareti gira una panca dove siedono i clienti in attesa del loro turno, alle pareti sono appesi degli specchi sui quali i passanti controllano la propria condizione "pilifera", al centro uno sgabello su cui siede il cliente da riordinare, coperto da una salvietta, grande o piccola, oppure da un camice (involucrum).

Attorno si affannano il tonsor e i suoi aiutanti (circitores) per tagliare o sistemare i capelli secondo la moda che in genere è quella dettata dall'imperatore in carica. Le acconciature degli imperatori da Traiano in poi,almeno così come risulta dalla monete, fatta eccezione per Nerone, che dedicava particolare attenzione alla chioma, in genere seguivano quella dell'imperatore Augusto che non amava perdere troppo tempo ad acconciarsi con capelli troppo lunghi o riccioluti.

All'inizio del II secolo quindi i romani si accontentavano di una "sistematina" a base di qualche colpo di forbice (forfex) che di solito aveva delle lame unite da un perno al centro con degli anelli alla base: strumento non molto efficiente per un taglio uniforme, a giudicare dalle scalette che sfregiavano la capigliatura: così come nota Orazio, prendendo in giro se stesso:


« Si curatus inaequali tonsore capillos Occurri, rides »

« Se mi è capitato di avere acconciati i capelli a scaletta da un barbiere, tu te la ridi... »

Per evitare questo rischio i più ricercati preferiscono farsi arricciare i capelli come faceva l'imperatore Adriano e suo figlio Lucio Cesare e il figlio di questi Lucio Vero che sono rappresentati nelle loro effigi con capelli inanellati da abili tonsores che si servivano alla bisogna di un ferro (calamistrum) scaldato al fuoco. La moda divenne prevalente tra i giovani e purtroppo anche tra uomini anziani che volevano servirsi dei riccioli per nascondere la pelata.

Non si contano le prese in giro dei poeti satirici romani nei confronti di quelli che si facevano tingere i capelli, profumare e che si facevano applicare finti nei (splenia lunata)